Da qualche settimana sul settimanale Vogue è nata una sezione in onore della “moda inclusiva”, a testimonianza di quanto questo argomento sia diventato rilevante non solo per i privati, ma anche per le aziende. Ma cosa significa, veramente e nella pratica, moda inclusiva? Si tratta solo dell’ennesima trovata pubblicitaria delle maison di lusso o è l’alba di una nuova era nella quale il concetto di bello sta subendo un profondo e viscerale cambiamento?
Il concetto di bello tra passato e presente
Dal punto di vista storico, il concetto di “bello” ha trovato spazio nella riflessione filosofica di pensatori prima e stilistici poi di tutte le epoche, tanto che spesso queste due figure si sovrappongono. Se, infatti, durante l’antichità erano gli scultori che definivano quale fosse il canone di bellezza della propria epoca, con il passare degli anni sono stati prima i pittori e poi disegnatori delle maison.
Insomma, potremmo dire che il moderno Policleto (padre dell’omonimo canone) oggi è lo stilista di punta della casa di moda che cerca di farsi portavoce di un nuovo canone di bellezza. Senza cercare di definire in maniera troppo precisa questo identikit mi interessa suggerirti una riflessione: non trovi che, rispetto a qualche anno fa, il canone di bellezza al quale cerchiamo di adeguarci è profondamente cambiato?
Certo, la moda è cambiamento, è dinamicità e il mutamento è intrinseco nel DNA di questo mondo straordinario. Ma non faccio riferimento al cambiamento del pantone, dei trend delle stampe e dei tessuti più in voga, piuttosto che una rivoluzione più profonda. Oggi, per essere alla moda, non devi essere per forza una modella; per essere influencer non devi avere una fisicità longilinea (forse troppo), ma devi semplicemente essere coerente con te stessa.
“Oggi essere bella non significa indossare una taglia 38, ma esprimere al massimo le proprie potenzialità interiori in maniera adeguata al contesto e coerente con il proprio modo di essere”
La moda diventa inclusiva: qualche esempio
Se credi ciò che affermo sia un miraggio, ecco alcuni esempi concreti delle iniziative delle case di moda che hanno portato (e continuano a portare) avanti un concetto di moda inclusiva, democratica ed accessibile a tutti.
Victoria’s Secret, la prima modella taglia 46
Ali Tate Cutler è la prima modella curvy di Victoria’s Secret: la casa produttrice di lingerie più famosa al mondo aveva fatto discutere spesso per la magrezza delle modelle scelte e, di conseguenza, era stata additata come divulgatrice di modelli fisici femminili stereotipati e poco reali. Con la collezione recentemente presentata anche questo “mostro della moda” ha deciso di mandare il proprio segnale di cambiamento, scegliendo come testimonial della propria campagna una ragazza giovane e taglia 46.
Per supportare questo grande passo avanti – promosso dalla partnership con Blu Bella, un brand di lingerie che, notoriamente, si rivolge a donne con taglie forti – è stato lanciato anche l’hashtag #loveyourself.
Inclusività è diversità: il caso Gucci
Gucci, una delle case di moda che sta – a mio parere – meglio affrontando il cambio generazionale, ha recentemente scelto Armine Harutyunyan come modella di punta della propria collezione. La giovane ragazza di 23 anni è stata additata con svariati appellativi poso lusinghieri su tutte le piattaforme sociale da parte di chi, ancora, non ha capito come funziona il mondo della moda.
La decisione “disruptive” del direttore creativo di Gucci di scegliere una modella che non risponde allo stereotipo estetico è, oltre ad una trovata di marketing eccezionale, anche una scelta ben precisa: trasformare Gucci in una maison in cui tutte le donne (e sottolineo tutte) possono rivedersi.
Il punto di vista dei grandi della Moda
Durante questo autunno il CFDA (Council of Fashion Designers of America) ha annunciato una serie di iniziative che hanno lo scopo di rendere più inclusiva la moda, partendo dalle posizioni al vertice delle aziende americane che – oggi – sono ritenute troppo chiuse. Bisogna ricordare che questo passo arriva dopo che, da anni, si è fatta strada una nuova sensibilità per il mercato delle “diversity” dove diversità è un concetto che è stato declinato in diverse forme.
Infatti, non solo non viene più accettata la distinzione magro-grasso, ma anche quella bello-brutto.
Su questo punto è intervenuto anche Giorgio Armani (re Giorgio) che ha sottolineato il paradosso solo apparente che si crea nel mondo della moda tra l’esclusività che da sempre è sinonimo di lusso e questa nuova inclusività. Del resto, il “patron di Milano” come è stato definito di alcuni ha dimostrato in diverse situazioni quanto supporti in prima persona questo nuovo concetto di moda alla portata di tutti, rivolta a tutte le donne e tutti gli uomini.
E non è tutto. L’intervista a Cedric Charbit, CEO di Balenciaga, si colloca su questa linea: “Il brand non è più solo qui per vendere prodotti – ha spiegato il CEO – perciò dobbiamo concentrarci sul fatto che ci rivolgiamo a una nostra audience allargata, non solo ai nostri clienti”.
Alla luce di questi – e molti altri esempi di cui parleremo nei prossimi articoli – posso affermare che il mondo della moda sta cambiando e sta mutando anche quello del fashion marketing, ossia delle strategie attraverso le quali le case di moda (e del lusso) promuovono i propri prodotti. La direzione è quella di una moda inclusiva, democratiche e che – almeno in apparenza – si dimostra accessibile a tutte le persone, a prescindere dal loro aspetto fisico, dalla presenza o meno di chili di troppo.
Se oggi la matrigna di Biancaneve parlasse al proprio specchio chiedendo chi è la più bella del reame, forse lo specchio – rispondendo con la voce di Siri – direbbe “non ho capito. Ecco qualche suggerimento che ho trovato su internet per “bella”.


