Esiste una pittura vascolare del IV secolo a.C., conservata al museo di Paestum, che ha dell’incredibile. L’opera raffigura l’arrivo di Afrodite a Cipro: la Dea dai capelli rossi, la più antica dell’Olimpo, emersa dalle acque di Citera, sconvolge il mondo intero, attirando tutti gli sguardi e causandole il famosissimo strabismo.
Cammina nuda, come ci si può aspettare da una dea del desiderio nata dalla spuma del mare, circondata da una vegetazione rigogliosa e due amorini con ali di colomba che svolazzano attorno a lei. Fin qui tutto nella norma. Ma il dettaglio sorprendente sono gli stivali che indossa: tronchetti alla caviglia con bordo risvoltato decorato e mezzo tacco. Un dettaglio che si può verificare cercando su Wikipedia “Anfora del Pittore di Afrodite”.
Un accessorio così inusuale nel IV secolo a.C. fa sorridere se si pensa che Botticelli, nel pieno del Rinascimento fiorentino e circondato da concerie e tessiture, non abbia pensato di accessoriare la sua Venere. Forse, più che il dettaglio della moda, gli interessava esporre la bellezza del nudo femminile. Eppure, altri artisti del tempo, come Leonardo da Vinci, si cimentavano persino nell’organizzazione di matrimoni, dimostrando una versatilità che fa apparire la scelta di Botticelli quasi come una dimenticanza.
Cristobal Balenciaga: l’architetto della moda
Cristobal Balenciaga, a differenza di molti stilisti contemporanei, non si occupò mai direttamente di calzature, limitandosi a dare indicazioni sugli abbinamenti. Tuttavia, questo non ha mai rappresentato un limite per la sua fama. Secondo Coco Chanel, Balenciaga era l’unico che potesse davvero essere definito stilista, mentre Christian Dior lo considerava “il Maestro di tutti noi”.
Oggi, la sua eredità è celebrata a Milano con la prima mostra monografica a lui dedicata in Italia. Dopo gli eventi curati dai suoi protetti e dai suoi numerosi estimatori, come Oscar De La Renta — che iniziò la sua carriera proprio nell’atelier di Balenciaga —, la mostra ha toccato città come Madrid e New York. Ora, a Palazzo Morando, nel cuore del quadrilatero della moda, sarà possibile ammirare fino al 3 marzo venticinque modelli provenienti da collezioni private, abbinati a calzature artigianali spagnole contemporanee.
La mostra a Palazzo Morando, un omaggio alla haute couture di Balenciaga
La mostra, ideata da Elisa Ossino Studio e promossa dalla Federazione del Calzaturificio Spagnolo, è curata da Javier Echeverria Soia e rappresenta un’occasione unica per riscoprire lo stile originale del genio basco che rivoluzionò l’Haute Couture. Oltre a raccontare la storia personale e professionale di Balenciaga, l’esposizione mette in luce la ricca e colorata tradizione artigianale spagnola che ha ispirato le sue creazioni.
Non è un caso che tra i suoi allievi vi siano figure leggendarie come Hubert de Givenchy, dal quale proviene un aneddoto curioso: Balenciaga realizzò il suo primo abito a soli sei anni, cucendo un cappotto per il gatto di casa. Fu in quel momento che si rese conto della sfida insita nel creare vestiti su un corpo in movimento.
Le radici basche e l’influenza della marchesa di Casa Torres
Nato nel 1895 a Getaria, nei Paesi Baschi, Cristobal Balenciaga crebbe in una terra battuta dalle correnti dell’Oceano Atlantico. Dopo la morte del padre, la madre Martina si dedicò a varie attività, tra cui quella di sarta, e conservò per sempre la sua macchina da cucire come una reliquia.
Due edifici ebbero un’influenza decisiva sulla vita del giovane stilista: la chiesa di San Salvador, dove uno zio aveva preso gli ordini sacerdotali, con le sue statue vestite di abiti votivi, e la villa dei Marchesi Casa Torres, situata su una collina sopra il villaggio. Ogni estate, la Marchesa arrivava con i suoi vestiti firmati dai più grandi stilisti parigini — Doucet, Drecoll, Redfern e Worth — che la madre di Balenciaga aiutava a disfare dalle valigie.
Affascinato da quel mondo, a dieci anni Cristobal disse alla Marchesa che sarebbe stato in grado di ricopiare il modello di un suo abito. La nobildonna, incuriosita, gli procurò del tessuto, e Balenciaga confezionò un abito talmente perfetto che la Marchesa lo indossò per la messa domenicale.
Nel 1960, Balenciaga ringraziò la famiglia confezionando l’abito nuziale per la nipote della Marchesa, Fabiola, in occasione del suo matrimonio con il Re del Belgio. Oggi, quel capolavoro è conservato nella villa di Casa Torres, sede della Fondazione Balenciaga, fondata da Hubert de Givenchy.
L’ispirazione spagnola, tra tradizione religione e cultura popolare
L’arte di Balenciaga si distingue per la capacità di trasformare le radici culturali della Spagna in abiti di Haute Couture. Dai semplici abiti dei monaci francescani alle vesti lussuose del clero spagnolo, dai bolero ricamati dei matador di Malaga ai costumi regionali, fino ai dipinti di El Greco, ogni elemento della tradizione iberica si riflette nelle sue collezioni.
Un tratto distintivo di Balenciaga era la presenza costante di un abito nero, interamente tagliato e cucito da lui stesso, simbolo del lutto portato dalla famiglia dopo la morte del padre.
Secondo il designer, uno stilista doveva essere architetto per le proporzioni, scultore per le forme, pittore per i colori, musicista per le armonie e filosofo per la misura. E Balenciaga incarnava pienamente questo ideale, assorbendo ogni influenza del suo ambiente per poi riversarla nel suo lavoro con una maestria senza eguali.
Dall’apprendistato a San Sebastian al successo a Parigi
Grazie all’intercessione della Marchesa di Casa Torres, Balenciaga iniziò il suo apprendistato presso Casa Gomez, una sartoria di San Sebastian rinomata per il suo rigore britannico, frequentata anche dalla famiglia reale spagnola. Il talento precoce del giovane Cristobal lo portò rapidamente a scalare le gerarchie sartoriali e a coronare il sogno di visitare Parigi, capitale della moda.
Dopo lo scoppio della guerra civile spagnola nel 1931, fu costretto a chiudere la sua casa di moda e a trasferirsi a Londra, dove però non trovò lavoro. Tuttavia, nel 1937 debuttò a Parigi con la sua prima collezione, ispirata al Rinascimento spagnolo, che ottenne un successo internazionale immediato.
L’estetica di Balenciaga: tra severità e regalità
Lo stile di Balenciaga si distingueva per una severità quasi ascetica, che richiamava i ritratti delle infante dipinte da Velázquez, dei monaci, dei mendicanti e dei santi. Le sue modelle, a differenza delle mannequin civettuole di Dior, sfilavano con un contegno solenne e senza sorridere, come in una processione sacra. L’aspetto fisico era secondario: si poteva vedere una modella con occhio sifulo o un’altra che zoppicava, perché l’importante erano le misure e il modo in cui gli abiti si adattavano al corpo.
Balenciaga sosteneva che i vestiti dovessero sembrare veri, onesti e naturali, mai aggiustati o artefatti. Secondo Givenchy, questo principio guidava anche la vita quotidiana del maestro basco, contrario a ogni tipo di menzogna.
Un’eredità scolpita nei tessuti
Per oltre tre decenni, Balenciaga elaborò il suo stile spagnolo circondato dalle manifatture francesi, attingendo però sempre più alla propria vita personale che alle tendenze del momento. Il gatto, lo zio prete, la Marchesa di Casa Torres, i paesaggi baschi, l’austerità religiosa e la passione per i colori vibranti si fusero in creazioni che non necessitavano di spiegazioni: ogni abito era una storia già scritta, capace di comunicare senza intermediari.
Come scrisse il New York Times, le sue opere richiamavano le immagini delle infante di Velázquez, dei santi e degli angeli, creando un’estetica di severità e regalità che ha lasciato un segno indelebile nella moda del XX secolo.
Se il dettaglio dei tronchetti alla caviglia sfuggì a Botticelli, non passò inosservato al Pittore di Afrodite di Paestum, né all’allestimento di Palazzo Morando, né tantomeno a Cristobal Balenciaga, che pur non disegnando scarpe, comprese l’importanza dell’accessorio come elemento in grado di completare un abito e riportarlo in vita.
La sua eredità continua a vivere nei tessuti, nei tagli rigorosi e nelle forme scolpite che hanno reso le donne belle e sovrane, proprio come la Marchesa di Casa Torres che, con il suo ensemble della Belle Époque, accese la scintilla creativa del bambino di Getaria.


