È arrivato nelle sale inglesi l’attesissimo documentario dell’ex modella ed attrice Sadie Frost che dopo Mary Quant racconta l’ascesa dell’icona pop britannica Twiggy.
Per cominciare a capire il fenomeno Twiggy tocca riportare indietro l’orologio indietro fino alla prima metà degli anni ‘60 ed immaginare di entrare in un reparto femminile di un negozio di Londra e non trovarci vestiti disegnati apposta per adolescenti.
Lì come ovunque, del resto, i giovani passavano direttamente dagli abiti infantili a quelli per adulti.
Questo era perfetto per i ragazzi inglesi che non ci misero niente ad adattare la scuola sartoriale di Saville Road, dalla quale per secoli i gentiluomini eleganti di tutto il mondo si sono riforniti, alle loro esigenze. Nei monotoni sobborghi operai vittoriani, fra casette basse di mattoni rossi e nei club di tendenza, cominciarono a sfilare i neo dandy rinominati poi Mods.
Futura ispirazione per il glam rock ed i suoi interpreti, come David Bowie, capaci di qualunque imprudenza pur di mettere le mani su un bel completo. Alle ragazze, invece, non andava così bene. Se non erano vestite come le mamme, tra cappellini da chiesa e stile proper, erano condannate all’orrenda monotonia della divisa scolastica d’obbligo. Gonna alla caviglia, blazer sformato, calzettone taglia gamba, scarpacce da suora in una totale rinuncia alla vanità. Assolutamente orrendo, si può dire.
Non restava che trafficare con trucco e capelli, rassegnarsi a finire nei guai a scuola per essersi arrotolate in vita il bordo della gonna, con l’aiuto di spilli per tirarla un po’ su, magari trovare un lavoretto per poter cucire o far cucire dei vestiti più adatti alle proprie esigenze.
Il volto e la svolta del ’66
Nel gennaio del ‘66 la Swinging London era ai suoi albori. L’Inghilterra si prepara ad ospitare i mondiali di calcio, i Beatles fanno già svenire le folle di giovanissime ovunque atterrino. Il Daily Express vende 6 milioni di copie al giorno in tutto il mondo quando pubblica un articolo intitolato semplicemente:
“Twiggy il volto del 66: la ragazzina cockney con il volto per lanciare migliaia di forme ed ha solo 16 anni!”
Nelle tre foto allegate, non particolarmente belle, è ritratta una ragazzina quasi senza forme, uno scricciolo alto appena di 1,68, soprannominata Stick o Twigs, Stecchino, dal fidanzato per l’eccessiva magrezza e per le ciglia finte che si disegna con l’eye liner per imitare gli occhi del gatto ragdoll che ha in casa, rinominata Twiggy. I capelli sono la negazione delle vaporose messe in piega cotonate. Un taglio da maschio. O da folletto. Pixie. In appena un mese quella stessa ragazzina avrebbe posato per Vogue e nel giro di un anno sarebbe stata assalita da fan e fotografi all’aeroporto di New York.
Come cavolo era successo?
Lo racconta in un attesissimo documentario uscito il 7 di marzo in Inghilterra ed Irlanda, Sadie Frost ex modella ed attrice. Come ha fatto una ragazzina di Neasden, quartiere a Nord Ovest di Londra a diventare un fenomeno mondiale nel giro di un mese, una vera e propria icona pop ed il simbolo di un’epoca intera. Come ha fatto anche a non far mai appassire, a cinquant’anni di distanza, dopo una lunga carriera in tutti gli ambiti dello spettacolo, quella suggestione iniziale di figura fragile, con occhioni da Bambi rivolta ad un mondo decisamente crudele.
Un taglio col passato con un taglio di capelli
Quando la sedicenne Lesley Hornby, classe 1949 venne accompagnata dal fidanzato, di dieci anni più grande e che gestisce un banchetto di vestiti e antiquariato al mercatino di Chelsea, in un parrucchiere di Mayfair che taglia i capelli anche a Paul McCartney, era all’ennesimo tentativo di fare la modella. Frequenta un club Mod, ha imparato dalla mamma a cucire, con un lavoretto si paga drappi di tessuto con i quali confeziona abiti per se e per le sue amiche e sfoglia Vogue senza i soldi per comprarlo, all’edicola del quartiere.
Ha ricevuto molti rifiuti. Troppo magra. Prega la sera di svegliarsi al mattino con i fianchi di Marylin ed è assolutamente terrorizzata quando Leonard, il prestigioso hair stylist, le propone di fargli da cavia per il taglio da maschietto e qualche foto da montare ed appendere nel salone gli dice di sì solo perché non riesce a dirle di no. Sarà proprio questa foto a colpire la fashion editor del Daily Express. La dolcezza e la semplicità da ragazzina in sboccio che si appresta ad essere tagliata, messa in un vaso e inevitabilmente ad appassire ai colpi della vita. In realtà in quel salone, ad essere sforbiciata e a morire sarà solo Lesley.
Twiggy, a cui la minigonna di Mary Quant verrà cucita addosso come cognome, è destinata a durare nonostante l’apparente e vera fragilità del fisico, del carattere, resistendo alle sfortune che capitano a tutti e spesso falciano presto chi è protagonista di successi stravolgenti come lo è stato il suo.
La prima working class model
Twiggy ha davvero fatto di tutto oltre alla modella e ad ammettere di pregare la fatina delle forme opulente di premiarla con un po’ di curve o di aver sempre amato più gli shooting, i fotografi con la quale lavorava, come il leggendario Bern Stern ed Helmut Newton, Richard Avendon e David Bailey, Steven Meisel piuttosto che i lussuosi vestiti che indossava per le riviste patinate, da Yves Saint Laurent, Pierre Cardin. I suoi gusti, del resto, sono come ci si può immaginare siano quelli di una ragazza londinese qualunque e non di una supermodella comparsa 13 volte sulla copertina di Vogue e sulla copertina di un disco di Bowie.
Biba, disegnato da Barbara Hulanicki, è ancora il suo punto di riferimento per lo stile. Aggiunge all’elenco Bill Gibbs di cui ha ancora l’outfit che le disegnò per il suo primo film, The Boy Friend, con Ken Russell e gli afghani del Kensington Market che quando piove puzzano in modo terribile. Prima di lei le modelle uscivano dalle scuole preparatorie mentre Twiggy esplose quando ancora frequentava il liceo. Le sue espressioni naturali, buffe, noncuranti, hanno avverato la profezia del Daily Express. La si è potuta rivestire di un migliaio di stili senza associarla ad altro se ad una svolta storica, quella riferita a se stessa.
Twiggy show: non si può fare il manichino a vita
A 22 anni Twiggy abbandona per un po’ di tempo la sua carriera da modella e basta e si cimenta con successo nel cinema ottenendo un Golden Globe per The Boy Friend ed una nomination ai Tony Awards nel musical di Broadway di George e Ira Gershwin My One and Only.
Ha condotto un talk show, ha posato per una leggendaria immagine di Melvin Sololsky in cui è circondata da cloni mentre una macchina scoperta la traghetta per New York. A differenza delle modelle che l’avrebbero seguita e delle dive che l’hanno preceduta, non si scorge alcuna affettazione nei suoi racconti.
Quando le fu incollato alla fronte un diamante come terzo occhio da sessantanove carati di Harry Winston e chiese di andare al gabinetto e fu costretta a portarsi una guardia giurata in caso scappasse con il bottino mentre crepava dalle risate. Quando Woody Allen cercò di umiliarla quando appena diciassettenne cominciò ad incalzarla con domande su argomenti impegnati chiedendole quale fosse il suo filosofo preferito, e lei, senza perdere un colpo (o prenderlo) ha risposto “Qual è il tuo?”. Woody Allen balbetta senza proverbiale battuta finale di fronte alla giovinetta. Oppure quando riferisce le tante crisi che hanno costellato la sua carriera di icona pop, come se non fossero state che fasi, stagioni, senza particolare importanza, come fosse una versione gender fluid ante litteram della Regina Elisabetta.
Nel salone di Mayfair non era stato scoperto solo un manichino ma un’artista di talento ed una personalità capace di affrontare sia la macchina fotografica che il mondo con leggerezza e spirito.
La vedi per quello che è
Il film di Sadie Frost, che è stata anche lei modella ed attrice, non racconta una storia drammatica di successo e caduta, ma quello di una parabola ascendente che non è mai diventata una meteora rimanendo stella fissa. Non perché non ci siano mai stati momenti cupi. In qualche modo è Twiggy stessa, con un ammirabile sincerità e senza lamentarsi ad essere stata capace a scrollarsi quegli eventi di dosso. Il suo primo fidanzato manager l’ha sfruttata fino a che Twiggy si affermò negli Stati Uniti e gli sfuggì dalle mani, è stata una figura oppressiva, infedele ed abusante.
Suo marito, l’attore Micheal Witney, morirà di attacco cardiaco poco dopo il divorzio di fronte alla figlia al ristornante. La misoginia e lo snobismo che l’hanno presa di mira nel corso degli anni non hanno avuto l’effetto di smorzarne la carriera o il sorriso. Scoppia facilmente a ridere quando si parla del suo essere icona pop. Non ci si trova.
Adesso che è una nonna e la sua bellezza giovanile si intravede ancora attraverso gli anni, non ha cambiato l’atteggiamento che l’anno portata al successo. La posa divertita, l’incredulità di trovarsi al centro dell’attenzione, la risata. A 75 anni compiuti, è più che esilarata che i suoi fan abbiano fra i 14 e i 26 anni e le chiedano curiosi di parlare degli anni ‘70 come se fossero ieri.
Fu Paul McCartney a definirla meglio: “You see what you get”. Quello che vediamo ancora oggi è questo. Dalla foto al salone Leonard, con le ciglia disegnate in poi, il mondo crudele non ha avuto la meglio, non hanno spezzato, per una volta, uno scricciolo di ragazza in fiore.


