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Made by slaves or children: le vere etichette appese ai must have targati fast fashion

Nonostante sia risaputo il settore non risente crisi, anzi, è foraggiato dalle crisi. Come mai il lavoro minorile e lo sfruttamento continuano a non rappresentare un deterrente all’acquisto?

L’ipocrisia del fast fashion

Immaginate le seguenti scene, saranno capitate anche a voi, capitano di continuo. Metti una cena al mare, in vacanza, con una compagnia scelta dopo che il vino è circolato, ma non troppo, e la conversazione sconfina, magari sui temi di attualità. C’è sempre qualcuno o qualcuna che si proclama a sfavore del consumo di qualcosa. Sapete come sono queste conversazioni e come uscirne vivi. Ognuno ha il suo modo. Fatto sta che se non arginate si finisce inevitabilmente su due sentieri.

Chi predica e chi ascolta, oppure risse, dipende dalla confidenza. Se sapete sceglievi le compagnie magari scatta la risata. Il giorno dopo si va in spiaggia e i predicatori a cui avete assentito per due ore la sera prima purché tacessero sfoggiano custodie per i costumi SHEIN.

Bella ipocrisia a romper l’anima quando poi pur di avere il Must Have della settimana, scusate il pleonasmo, si son precipitati a cercarlo su un sito che vende Fast Fashion. Però sareste sprovveduti ed ipocriti a farglielo notare pure voi visto che in mano avete uno smartphone ed è la stessa cosa che non vi ha fatto commentare o interagire sotto articoli che denunciano le infrazioni dei diritti umani e civili, come schiavitù e lavoro minorile da parte dei più noti brand Fast Fashion, e non si è i soli. Si è in meno. Il commento che urla “ADESSO VOGLIONO BOICOTTARE ANCHE QUESTO, COME VESTO ME ED I MIEI FIGLI ALLA MODA CON I PREZZI CHE CI SONO IN GIRO?” ha mille e passa likes, mentre quello sotto che fa notare che cambiarsi il guardaroba ogni tre mesi è un lusso e non una necessità o suggeriscono altre vie per risparmiare sull’acquisto di vestiti senza diventare parte del problema, ne ha un quinto e fra le repliche trova un “Come credi che lo facciano il tuo iphone?”.

Si sa fin troppo bene che li fabbricano con lo stesso metodo. Non sono solo i Fast Fashion ad usare sweatshop, giusto, è l’economia globale. Altrettanto vero è che il telefono si cambia al massimo una volta all’anno. I vestiti, no. I Must Have escono a cadenza mensile, settimanale.

Gli Sweatshop, i centri di sfruttamento

La parola sweatshop in inglese e sono sinonimi di centri di sfruttamento. Quelli di abbigliamento si trovavano anche in tutta Italia fino agli inizi del 2000, al sud si chiamavano maglifici o confezioni, si potevano vedere dalla strada visto che i laboratori affollati da macchine da cucire e stazioni di lavoro stavano a pian terreno, lavoravano 24/24 e un impiegato prendeva 600.000 lire poi divenuti 300 euro, in nero, e nonostante si trovassero sotto gli occhi di chiunque ne avesse due in testa comparivano sulle pagine di attualità solo se crollava la palazzina in testa alle operaie o ne parlava Saviano.

Se poi l’opinione generale era che la produzione finisse solo sui banchi del mercato si commetteva un enorme errore di valutazione: la clientela era internazionale e anche i grandi marchi si rifornivano da loro. Un altro motivo per cui sono balzati all’onore della cronaca è stato quando è arrivata la concorrenza cinese in Toscana.

Come competere contro questi nuovi maglifici che facevano lavorare i propri dipendenti ancora più in nero pagandoli ancora di meno? Fatto sta che pure questa notizia ha circolato per poco tempo e con il mercato online ad essere presi di mira sono holding che non usano anche lavoro sfruttato ma solo quello. Non è il segreto di Pulcinella.

Un aspetto curioso è che si è costantemente giudicati da come ci si veste e da sempre. L’abito è una forma di linguaggio non verbale quanto la segnaletica stradale. A volte incompresa, a volte interpretata bene o male, ma insomma, il giudicare qualcuno da come si veste parte dall’asilo nido e ci accompagna fino alla tomba. Letteralmente è giudicato anche il morto al suo funerale.

Con il bombardamento online poi cresce esponenzialmente l’ansia da giudizio ed ecco che sempre più persone ci tengono a farci sapere che loro, la moda, la seguono. Prendete le pellicce, sono tornate le pellicce e se c’è chi ha tirato fuori quella vera, della madre, magari smollata a caso quando quest’ultima è scappata dalla città verso il mare per il buen ritiro della pensione, e c’è chi l’ha comprata nuova, faux fur.

Solo che chi si mette quella vera lo fa sentendosi Crudelia Demon dei poveri perché la pelliccia è sinonimo del disumano modo in qui venivano allevati e poi scuoiati per la grande produzione milioni di tenere bestioline. Orrenda pratica. Chi compra fast fashion faux fur è buono con gli animali e con la natura se sono state impiegate bottiglie di plastica riciclate. Nessun pregiudizio attaccato. Anzi. Buon giudizio.

Ci scherza anche Kirsten Bell in Nobody Wants This, la serie Netflix in cui una moderna non più tanto giovane in una Los Angeles non così solare comincia una relazione improbabile con Seth Cohen di OC diventato un rabbino, sempre indie, sempre witty, sempre Seth Cohen insomma, che come dal titolo, nessuno vuole. Indossa la pelliccia vera per avere un’entrata ad effetto e per sfidare gli ospiti della sua amica agente che la prende in giro e le chiede di levarsela subito per evitare che qualche animalista le tiri addosso della vernice rossa. Il WWF, gli animalisti, le battaglie per il riciclo sono state vinte.

La nota amara è che nell’industria fast fashion viene adoperato lavoro minorile e manodopera sfruttata e a nessuno importa, né chi compra, né chi osserva.

L’industria del cotone e il caso della Turchia.

Esemplare il caso della Turchia, settimo produttore di cotone al mondo la cui industria tessile non fa che crescere . Sotto esame da anni da addetti e osservatori in quanto paese non membro ma finanziato dalla Comunità Europea per l’accoglienza dei profughi siriani. L’accordo è che i profughi ricevano un visto, in cambio di lavoro. I profughi siriani impiegati, da accordi, sono sempre stati sia adulti che minori. Le denunce che questo accordo abbia portato a violazioni dei diritti umani si trovano non solo sul sito dell’Unicef.

Vogue, Reuters, Forbes, BBC, Comunità Europea compresa (della serie, vi paghiamo per accoglierli e non per trattarli come manodopera a basso costo). In Turchia l’impiego del lavoro minorile dopo la scuola, non è un fenomeno che si perde nella notte dei tempi. L’afflusso dei profughi ha determinato una catastrofe in questo senso perché più difficile discernere l’impiego legale dallo sfruttamento. Il Covid-19 ha peggiorato la situazione ancora di più, con recessione dell’intero paese.

I dati stimati è che nelle piantagioni di cotone lavorino al 70% minori, lontani da scuole o centri abitati quindi completamente alla mercé di chi li impiega. Un lavoro stagionale, precario fra pesticidi e senza accesso a scuole. Un bambino arrivato in Turchia nel 2016 a sei anni oggi di anni ne ha 15 ha una grossa probabilità di aver iniziato immediatamente nella raccolta. Seguono gli stabilimenti in cui il cotone è separato, quelli in cui è cardato e filato, poi ci sono le fabbriche di assemblaggio. Solo a questo punto arriva il brand che non sempre è messo alla gogna o rischia un crollo di immagine. Come ha fatto notare su Vogue nell’ottobre del 2024 la giornalista Megan Doyle il problema del lavoro minorile o sfruttato è che si disperde nel processo produttivo.

L’industria è cresciuta con l’afflusso dei profughi, migliorata, se si prendono in esame solo dati come volume degli affari, qualità dei prodotti ed esportazione. Come se i siriani siano fuggiti dalla guerra solo per finire in schiavitù.

Il guadagno di molti

Tornando a scene note, sfido ad immaginare qualcuno accusato di sfruttamento di altri esseri umani o peggio, bambini in quanto acquirente di Fast Fashion in pubblico. Non si può, non succede. Più probabile che gli si facciano i complimenti per la cura dell’abbigliamento. Sono passati i tempi in cui un marchio aveva bisogno di fare greenwash come toccò alla Nike con i palloni da basket cuciti dai bambini 50 anni fa. In questa materia, ognuno può fare come gli pare.

Dietro a questa indifferenza c’è indubbiamente un bel po’ di confusione. Schiacciando un bottone e mettendo qualcosa in un carrello non prendiamo una decisione e basta, ne prendiamo cento e non sappiamo neppure quali. L’app della banca informa che in tre mesi abbiamo inquinato come sei petroliere inabissate anche se si usa la bici elettrica.

Nonostante le informazioni, nonostante l’esistenza di portali come Whomadeyourclothes, nonostante si eviti i fast fashion, difficile sentirsi esenti da cattive scelte. Poi c’è la completa assenza di spazio per il dibattito: il consumatore Fast Fashion non è ingenuo, è menefreghista.

Il quadro generale è sconcertante: molte buone cause hanno ottenuto risultati sorprendenti. Gli animalisti stanno incominciando a salvare animali destinati al macello dai tempi di Noè e han costretto i Fast Food ad introdurre cibo plant based, che poi non è che il pesce finto che faceva la nonna creativa con i ceci bolliti. La banca ha deciso di comunicare quanto nocivi siamo al pianeta e tutto questo nel giro di pochi anni, tutte battaglie che ai loro inizi sembrano perse, se non ridicole. Che si indossi un abito prodotto utilizzando lavoro minorile o sfruttamento non indigna nessuno, perché ci guadagnano in molti: chi li vende ovvio, ma anche chi aggiorna continuamente il proprio guardaroba a qualunque costo, meglio se basso, pagato da altri.

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